La quinta barca
LA V BARCA-
L'opera "La V barca" di Mario Iannino si presenta come un potente e stratificato assemblaggio polimaterico su cartone, che si inserisce nel solco della ricerca semantica legata ai linguaggi metropolitani e alla critica sociale. Attraverso l'uso di materiali di scarto e frammenti della quotidianità consumistica, l'artista costruisce un microcosmo visivo che rifiuta la celebrazione dell'oggetto tipica della Pop Art e la catalogazione sociologica del Nouveau Réalisme. L'intera composizione è strutturata su una spessa base di cartone ondulato, lasciata parzialmente a vista, che funge da vero e proprio palcoscenico per una stratificazione di elementi eterogenei.
I materiali di recupero sono sapientemente disposti
dall’artista sul suo teatro visivo, innescando un cortocircuito concettuale tra
dimensione industriale e biografia intima. Nella parte inferiore e sinistra
spiccano i frammenti lacerati di imballaggi commerciali, tra cui una confezione
di biscotti Oreo e i brandelli di scatole di prodotti igienici Lines. Questi
freddi e alienanti feticci della produzione di massa trovano un contraltare
profondamente umano e viscerale proprio sulla sinistra, nella presenza della
cravatta. Questo elemento, finto simbolo di decoro borghese e urbano, è qui
letteralmente ricavato dallo straccio utilizzato dall’artista nel suo studio
per pulire i pennelli e le mani. Nel suo colore rosso scuro e marrone, la
cravatta-straccio intrisa di fatica e pigmento si contrappone in modo netto
alla patinata standardizzazione dei loghi industriali, rivendicando
l'autenticità del lavoro manuale sorretto principalmente dal concetto
filosofico dell’essere.
Al centro di questo scontro semantico emerge l'elemento che
dà il titolo all'opera: una fragile barca tridimensionale. L'imbarcazione è
modellata accartocciando e piegando non un pezzo di carta qualunque, ma un
foglio di calendario. Tra le pieghe si leggono chiaramente date, numeri e
giorni trascorsi, trasformando la barchetta nel simbolo tangibile di un tempo
passato, consumato e perduto. Essa sembra quasi tentare di galleggiare in un
mare di detriti urbani, dove il gesto pittorico dell'artista interviene a
legare insieme ogni cosa con stesure istintive e gestuali: colature di giallo
nella parte superiore sinistra, un'ampia zona grigia densamente texturizzata al
centro, e spruzzi o graffi di bianco e blu sulla destra che evocano la spuma e
il movimento ondoso intorno alla barca.
In questo scenario, la distinzione dalle Avanguardie del
Novecento è palpabile. Siamo ben oltre il Nouveau Réalisme di Pierre Restany:
se i Nuovi Realisti prelevavano l'oggetto reale per farne un manifesto
sociologico o un reperto freddo della civiltà dei consumi, Iannino
ricontestualizza lo scarto inserendolo in una dimensione poetica e drammatica,
dove il tempo cronologico del calendario e lo straccio intimo dello studio
trasformano il materiale in pura espressione semantica. Allo stesso modo, il
lavoro si spinge oltre la Pop Art di Andy Warhol, che celebrava l'estetica
della produzione di massa attraverso la ripetizione industriale. Al contrario,
quest'opera rigetta la diseducazione visiva e comportamentale della metropoli attraverso
un gesto caldo, sporco, profondamente umano e artigianale, in cui i loghi
commerciali sono destrutturati dall'arte.
L'opera diventa così un diario visivo e tattile, una
profonda riflessione sulla deriva dei linguaggi contemporanei dove la barca di
giorni passati rappresenta, in ultima analisi, un disperato e poetico tentativo
di navigazione o di salvazione spirituale dentro il caos, lo scorrere del tempo
e i rifiuti della società moderna.

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