lunedì 27 aprile 2026

Click and go

 

Pionieri della manipolazione fotografica includono figure come Oscar Rejlander, Henry Peach Robinson, Man Ray e Jerry Uelsmann, autori che hanno trasformato il fotomontaggio e l’immagine composita in un vero linguaggio artistico. 

 

 

Con la manipolazione digitale e il mixed media generiamo una nuova costellazione dell’immaginario: sovrapponiamo, mescoliamo, ibridiamo immagini guidate dal nostro fermento interiore, costruendo mondi che rispecchiano il nostro sentire soggettivo e la nostra tensione verso forme visive inedite. 

Questa pratica si inserisce in una lunga genealogia di sperimentazioni: dai fotomontaggi ottocenteschi di Oscar Rejlander e Henry Peach Robinson, che già combinavano più negativi per costruire scene impossibili, alle sovrimpressioni surrealiste di Man Ray, fino alle architetture visionarie di Jerry Uelsmann, maestro della camera oscura capace di creare universi paralleli ben prima dell’era digitale.  

 

Oggi, grazie agli strumenti digitali, questa eredità si espande in direzioni nuove: la stratificazione diventa più rapida, la materia visiva più fluida, l’immagine più porosa. Ogni gesto di montaggio è un atto di interpretazione, un modo per interrogare la realtà e ricomporla secondo una logica affettiva, poetica o critica. Così, la manipolazione non è un semplice artificio tecnico, ma un dispositivo narrativo che ci permette di costruire costellazioni personali, di dare forma alle nostre tensioni interiori e di trasformare l’immagine in un territorio di possibilità.

 

La manipolazione digitale e il mixed media aprono una nuova costellazione dell’immaginario: sovrapponiamo, ibridiamo, ricombiniamo immagini per costruire mondi coerenti con il nostro paesaggio interiore. 

Questa pratica prosegue un percorso iniziato con i pionieri del fotomontaggio — Rejlander, Robinson, Man Ray, Uelsmann — che hanno mostrato come la fotografia possa superare la mera registrazione del reale e diventare un dispositivo di costruzione simbolica

Nel digitale, questa tensione si amplifica: la stratificazione diventa linguaggio, la manipolazione diventa forma di pensiero, l’immagine un campo di forze in cui memoria, percezione e desiderio si intrecciano.

 

In questo percorso si colloca anche Marcel Duchamp, che ha usato la fotografia come dispositivo concettuale: dagli autoritratti travestiti di Rose Sélavy alle appropriazioni ironiche come L.H.O.O.Q., la fotografia diventa per lui un luogo di slittamento identitario, di messa in crisi dell’aura e di ridefinizione dell’opera come gesto mentale.

 

"m.m. courtesy M.Iannino©"

Oggi, nel digitale, questa eredità si amplifica: la stratificazione diventa linguaggio, la manipolazione un modo di pensare, l’immagine un campo di forze in cui memoria, percezione e desiderio si intrecciano. La manipolazione non è un artificio, ma un atto di costruzione simbolica: un modo per dare forma alle nostre costellazioni interiori e per interrogare il reale attraverso la sua trasformazione.

La ricerca di Mario Iannino si innesta in questa tradizione ampliandola: la manipolazione non è solo un gesto tecnico, ma un atto di stratificazione etica e materiale, in cui l’immagine diventa luogo di memoria, frizione e responsabilità. Le sue opere non cercano l’effetto, ma la densità: l’immagine è trattata come materia da incidere, sovrascrivere, ferire, ricomporre. La manipolazione diventa così un dispositivo critico che interroga il rapporto tra documento e immaginario, tra testimonianza e costruzione, tra ciò che resta e ciò che viene trasformato.

 

Nel digitale, questa eredità si espande: la stratificazione diventa linguaggio, la manipolazione un modo di pensare, l’immagine un campo di forze in cui memoria, percezione e desiderio si intrecciano. La costellazione che ne deriva non è un universo chiuso, ma un territorio aperto, in cui l’immagine è chiamata a rispondere — e a farci rispondere — delle sue implicazioni.

 

 

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